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Ad una domanda del tipo "Come chiamate la vostra parlata di qui?" o meglio
"Voi qui parlate...?" probabilmente parecchi giaglionesi risponderebbero "nuzawti
bardzakàn dzaluné" o "d dzalun"
In altri paesi qua attorno, come in altre valli francoprovenzali o occitane,
alla stessa domanda si risponderebbe con qualcosa come "a nosta moda" oppure
"kume nuzawti ".
In ogni caso è probabile che ognuno di voi disponga di più modi per indicare
la sua parlata, come parla con i suoi compaesani; o almeno due modi di cui
uno più "largo'; più generico, che serva per indicare quel parlare
particolare di tutte queste vallate, diverso dal piemontese, dal dialetto
della pianura, ad esempio patwà. Ma poi naturalmente avrà anche un modo più
preciso, legato ad ogni specificità locale, ad ogni parlata, ad esempio
dzaluné o patwà dzaluné o patwà d dzalun...
Ed è anche possibile che parecchi di voi davanti ad una domanda
apparentemente così semplice e addirittura banale quale quella che ho
formulato prima avrebbero qualche esistazione, o darebbero più di una
risposta, o chiederebbero chiarimenti su quello che si vuole esattamente
sapere, perché in realtà questo di "dare un nome alla propria lingua" è un
passaggio estremamente delicato.
Anni fa a Montpellier, in Francia, al tema di "nommer la langue" è stata
dedicata una intera, densa sezione di un convegno intitolato a "Les Fran~ais
et leurs langues"1 ed è stata quella un'occasione per riflettere ancora una
volta da un lato sul fatto che il "dare il nome alla propria lingua" è il
primo e più immediato indicatore di una coscienza linguistica, in quanto
autoriconoscimento dell'appartenenza ad una precisa comunità linguistica.2
Ma d'altro lato il convegno è stato anche occasioiìe per riflettere sulle
difficoltà che il parlante incontra nella scelta dell'espressione per
designare quella che è proprio la sua lingua. Operazione, questa, come si
diceva già prima delicata e non banale in quanto coinvolge non solo il
proprio parlare, ma tutto il proprio essere, nella sua natura più profonda,
in quanto portatore di una precisa impronta identitaria.
Naturalmente le modalità dell'identificazione e della designazione
risulteranno complesse soprattutto presso quelle comunità nelle quali la
coscienza dei parlanti debba fare i conti con un repertorio ricco di più
codici linguistici e soprattutto ancora quando la "lingua materna" (o
comunque il codice più "locale") sia l'elemento funzionalmente "debole" del
repertorio stesso, così come avviene in generale per i patwà locali di
queste valli nei confronti da un lato del piemontese, dotato di maggior
prestigio e possibilità di circolazione in quanto espressione del capoluogo
regionale e d'altro lato nei confronti della lingua nazionale.
E ancor più delicata è poi naturalmente la situazione quando si tratti
appunto di comunità quali quelle che stiamo qui festeggiando a Giaglione, le
cosiddette Minoranze linguistiche. In questi casi, evidentemente, la
designazione della propria lingua viene ad acquistare il valore di una
precisa autoaffermazione identitaria, di una alterità linguistica e
culturale.
Ritorniamo dunque ad esaminare da vicino le denominazioni che più
comunemente vengono attribuite dai locali alle loro parlate in queste
vallate del Piemonte Occidentale, linguisticamente diverse dal resto della
regione. E permetterete che anche se questa è una festa francoprovenzale io
affronti globalmente il discorso, tenendo conto anche della minoranza
occitana.
Ebbene, sulla Carta 2 sono state riportate (in forma molto semplificata e
necessariamente sintetica, le risposte raccolte nel corso delle sue
inchieste in 42 località del Piemonte occidentale dall'Atlante Linguistico
ed Etfiografico del Piemonte occidentale, l'ALEPO. Risposte raccolte appunto
attorno al problema di cui ci stiamo qui occupando, cioè il come venga
comunemente designato il parlare locale, sulla base però di stimoli diversi,
di diverse domande, che rappresentano nel Questionario dell'ALEPO approcci
più o meno diretti alla questione.
La carta permette di individuare facilmente tre modalità principali per
designare la parlata locale (oltre ad una certa serie di soluzioni diverse,
episodiche o isolate che non abbiamo qui tempo di esaminare in dettaglio).
Vediamo le tre soluzioni principali: 1) la prima modalità è quella che vede
l'impiego del termine patwa; 2) la seconda modalità utilizza formule, che
potranno definire "affettivo identitarie" incentrate sul possessivo "nostro"
o sul pronome personale "noi": a 'nostra moda, nostro moddo, kumo nuzawti.
Si noti che queste formule sono in diversi casi modificate, tramite la
sostituzione del "noi" o del "nostro" con un richiamo diretto al nome della
località, per esempio kumo a kartinàn oppure moda d karema; 3) la terza
modalità è quella che vede farsi componente essenziale ed esclusiva appunto
il richiamo al toponimo (o meglio ancora all'etnico) locale: dzaluné, kwasin,
tendask, ayzunènk; e possiamo ascrivere a queste anche espressioni quali (parlà)
d riburda, d pamparà, ecc.
La carta, come già avvertito, semplifica e banalizza una realtà che emerge
nella sua pienezza solo dall'insieme ma soprattutto dalla specificità delle
singole risposte, che sono spesso complesse e possono variare a seconda
degli stimoli che le hanno prodotte o dei contesti. Ma mi sembra comunque
utile perché permette in qualche misura di apprezzare l'addensarsi e il
rarefarsi della presenza dei tre diversi modelli denominativi principali:
1) II termine patwà percorre tutto l'arco del Piemonte occidentale sia pure
con alcune vistose interruzioni ad esempio in corrispondenza della Val Soana
e delle due più settentrionali vallate di Lanzo. Va però anche detto che
leggendo con attenzione il complesso delle risposte risulta che questo
termine sembra ormai essere ovunque "riconosciuto" e accettato anche là dove
non viene tradizionalmente usato per indicare la parlata locale. Nell'uso
delle nostre vallate patwa appare oggi, senza dubbio, termine in espansione,
probabilmente anche per la possibilità che offre di esprimere sinteticamente
quell'idea di diversità, di alterità cui prima si accennava; venendo quindi
in un certo senso ad essere sinonimo di "dialetto"; di "lingua locale'; di
"parlata" ma in particolare di una di queste parlate alpine non piemontesi,
diverse tra loro ma tutte diverse dalla lingua della pianura e affini semmai
a quelle utilizzate dalle popolazioni che vivono al di là delle montagne. E
in effetti questo termine patwà segnala inequivocabilmente il legame
linguistico delle nostre vallate con l'Oltralpe; sintomo ne è anche l'uso
che ne troviamo fatto comunemente sui programmi di queste feste annuali
delle popolazioni francoprovenzali e appunto dei loro patwà, siano esse
italiane, francesi o svizzere.
D'altra parte proprio per questa sua valenza "larga" il termine patwà ha
evidentemente dei limiti, risulta inadeguato quando si tratti di indicare un
preciso patwà, quello di una certa località, distinguendolo da un altro o
dagli altri. In questi casi diventa indispensabile o il richiamo diretto al
nome della località (lu patwà d dzalun di contro a lu patwà d matyas) oppure
i parlanti possono scegliere di passare in queste circostanze alle altre
modalità designatorie viste prima, alle denominazioni "affetti vo
identitarie" (nosta moda, ecc.) o a quelle che si riallacciano direttamente
al toponimo (dzaluné, ecc.).
Ma fermiamoci ancora un attimo a riflettere sull'uso di patwà. Gli amici
francesi qui presenti ...... ( articolo completo su EFFEPI nr.8 )
Sabina Canobbio - Università di Torino |